L’insostenibile leggerezza delle regole

DivietoE’ difficile capire se sono l’unico in Italia che non riesce più a viverci. Tutti i giorni per me è sempre più arduo adattarmi al “way of life” del “Belpaese” che ai miei occhi è sempre meno bello. Sarò anti italiano, non avrò senso patriottico, ma non ne posso più di tutte quelle piccole idiozie che fanno dell’italiano un essere così particolare nel panorama europeo.

Non sopporto più quel derogare continuo al civismo, al buon comportamento sociale in nome di un sacco di scuse e alibi che ci diamo per non ammettere di essere diventati una discarica civile. Ogni giorno fra familismo amorale, amicizia interessata, ipocrisia generalizzata ci comportiamo sempre più come bestie, pronte ognuno a pensare al suo piccolo orticello personale senza nessun rispetto neppure per noi stessi.

Non ne posso più. Ogni giorno nel giro di pochi minuti e pochi metri devo osservare un continuo stillicidio di ferite alla convivenza civile, riscontro anche nei più piccoli gesti quotidiani continue violazioni delle regole senza alcun senso di colpa, ormai, senza alcun ritegno e vergogna. Ogni gesto dei miei concittadini è volto alla distruzione continua e scientifica delle regole a fronte della propria soddisfazione personale immediata ed effimera. L’Italia è ormai davvero la “casa della libertà” in cui “facciamo quel che cazzo ci pare”.

Ed io vivo sempre più come un alieno in un luogo mille milioni di miglia lontano dal mio modo di fare, e non sto tanto bene, perché non riesco più a rapportarmi con gli altri e con ciò che mi circonda. Sono sempre più spinto, per strada, a fermare la gente e chiederle perché. Perché non si chiede più niente di quel che fa, lo fa e basta senza darsi conto se è nelle regole o no. L’importante è che sia appagante per me, mi sia utile, mi vada bene, e che abbia buone probabilità di passare inosservato dai tutori delle regole (magistrati, poliziotti, amministrazione o chi ne fa le veci).

Ormai è per tutti automatico che una regola va rispettata se qualcuno la fa rispettare, non perché, noi per primi, siamo tutori della legge e di noi stessi, per la convivenza sociale, e quindi una regola è prima di tutto un valore etico con cui confrontarsi che ci indica ciò che è giusto o ciò che è sbagliato. Parcheggiamo ovunque con l’unica preoccupazione che non ci sia in vista un vigile urbano. Non ci preoccupiamo del fatto che se rompiamo quella regola creiamo una ferita nella convivenza sociale, piccola ma che si assomma a tutte le altre. Una fila si rispetta solo se qualcuno ce lo fa notare, l’auricolare, che costa 10€ si mette solo se si sa che c’è il posto di blocco, si mantiene il limite di velocità solo se dietro la curva so che c’è l’autovelox.

Abbiamo abdicato alla civiltà del vivere insieme rispettando le regole perché vanno rispettate demandando la nostra sanzione (solo amministrativa, civile o penale, mai sociale) alle autorità competenti. Abbiamo deciso che è errato, sbagliato, incivile solo ciò che viene sanzionato dall’autorità, altrimenti è lecito, l’ho fatta franca.

Se un furbetto fa i soldi in modo disonesto ma non lo becca nessuno è stato bravo. Se lo beccano e non paga per quel che ha fatto, comunque la magistratura ha fatto il suo dovere e finisce lì. Nessuna sanzione sociale, nessun giudizio etico.

Ogni giorno ostinatamente seguo tutte le regole, tutte quelle che mi si presentano davanti, rimango fermo ad un semaforo rosso in mezzo al deserto anche per dieci minuti se necessario. Se il cartello dice 40 km/h io sto a 39. Mi fermo alle strisce e non rispondo a telefono se non indosso l’auricolare, e siccome non lo indosso quasi mai è inutile telefonarmi quando guido, lo dimentico sempre. Mi metto le cinture anche per fare dieci metri, fermo la macchina solo quando è possibile la fermata e mai più del necessario, faccio la fila al medico anche se devo entrare solo per una ricetta.

Mi sento male alla fine della sera perché ho visto centinaia di persone senza cinture, parlare al telefono senza auricolare e manovrando, operai senza nessuna protezione, macchine in doppia fila. In mezzo a tutto questo io sono sopravvissuto per puro miracolo. Sopravvivo ogni giorno, a tutto questo. Qualche volta sono vicino a mollare e a fregarmene. Poi guardo la TV, vedo il genitore indignato che piange suo figlio perché “vanno come pazzi, nessuno si ferma alle strisce pedonali” e so per certo che quel padre fino al giorno prima non si fermava alle strisce e andava a 70 in città quando la strada è libera. Allora mi ricordo perché io continuo a star fermo al semaforo rosso mentre dietro strombazzano e con l’altra mano parlano al telefono. Io non voglio essere quel padre.

Forse non voglio essere italiano.

L’insostenibile leggerezza delle regoleultima modifica: 2008-08-03T15:58:00+00:00da thenib
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